Leonard Peltier, il Nelson Mandela degli indiani d’America

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Il 26 Giugno 2014 saranno 39 anni esatti da quella giornata terribile, al termine della quale rimasero a terra, senza vita, un nativo americano e due agenti dell’FBI.

Nel Sud Dakota, in una zona di riserve indiane, minacciate, come sempre, dagli sgomberi per le ricchezze che via via venivano trovate ne sottosuolo; in una piccola riserva ad Oglala, quel giorno ci fu una sparatoria tremenda, originata da un’incursione di questi due agenti che inseguivano (senza alcun segnale di riconoscimento) un nativo che aveva “rubato degli stivali”.

Cerchiamo di calarci in quel clima: da alcuni anni, come da tempo non succedeva, una parte degli indiani ha iniziato ad organizzarsi per resistere: hanno formato l’AIM, American Indian Movement, il corrispondente di quelle che erano le Pantere Nere per i neri. Un gruppo che decide, dopo averle provate tutte, di prendere le armi, organizzare occupazioni, forme di resistenza che diano visibilità ad una lotta repressa da quasi 500 anni.

Come osavano?

Da una parte alcune centinaia di indiani, con donne, uomini, anziani, bambini, equipaggiati come possono, che si “alzano in piedi” rinnovando tradizioni secolari di resistenza: dall’altra il più grande esercito del mondo, e in particolare, la più potente polizia politica del mondo: l’FBI che in quel periodo disloca in quello stato il maggior numero di agenti.

Una situazione di vita, sociale, abitativa, che puo’ ricordare i nostri campi rom attuali, la disoccupazione, la mancanza di servizi, la diffusione di alcool, il degrado. Ma nei pressi, le loro montagne sacre che però sono ricche di minerali preziosi, le multinazionali non hanno tempo da perdere.

In una di queste riserve nel Giugno ’75 la piccola comunità chiede aiuto all’AIM, sono in pericolo, la tensione è alta. L’AIM arriva in supporto: 17 persone, di cui 6 uomini.

Leonard Peltier è uno di loro.

Quel 26 Giugno si scatena l’inferno, i nativi riescono miracolosamente a scappare, ma per la morte di quei due agenti dell’FBI (a differenza dei tanti morti nativi dei mesi precedenti) si scatena la caccia all’uomo.

Vengono ricercati in tre: Bob Robideau, Dino Butler e Leonarl Peltier. Vengono arrestati i primi due, il processo è corretto e la sentenza limpida: libertà, assoluzione completa, non ci sono prove e “se anche vi fossero, sarebbe stata legittima difesa”.

Bene l’FBI non puo’ certo essere soddisfatta, è una vendetta che va consumata. Rimane Leonard Peltier, da trovare e cucinare come si deve.

Viene arrestato il 6 febbario del 1976 in Canada dove si era rifugiato. Gli USA chiedono l’estradizione e per ottenerla costruiscono testimonianze false. Una volta ottenuto il prigioniero si scopre che le testimonianze erano state costruite, il governo canadese protesta formalmente, ma è troppo tardi, è nelle grinfie degli Usa.

E questa volta il processo si organizza meglio. Spostato nella cittadina di Fargo, tradizionalmente razzista, con una giuria di soli bianchi e un giudice adeguato. Questa volta il verdetto fa sorridere l’FBI: due ergastoli. Due, perchè uno non basta.

Da quel 6 Febbario 1976 Leonard Peltier è in carcere, 14.000 giorni e notti, senza mai uscire, se non per una fuga di quelle che puzzano assai, in cui “morire con un colpo alle spalle” è frequente. Sì perchè più di una volta in carcere cercano di ucciderlo. Leonard Peltier resiste, non abbandona i suoi ideali e per questo paga e continua a pagare, come capro espiatorio di una lotta che fu esemplare.

Centinaia di migliaia le persone che si sono mosse per la sua liberazione. Fino a grandi nomi: Nelson Mandela (per il quale siamo tutti disposti a versare una lacrima, a posteriori…), al Dalai Lama, a Gorbaciov, a madre Teresa di Calcutta, a Desmond Tutu, comitati sorti un po’ ovunque nel mondo, stremati da tanta frustrazione, tempo, fatica.

Un processo che non si è mai voluto ripetere malgrado le nuove prove emerse. E quando Clinton, dopo più di 25 anni di prigionia, stava per firmare la sua liberazione: ecco che manifestano sotto la casa bianca 500 agenti dell’FBI. Un avvertimento, Clinton firma per tante persone, anche impresentabili, la libertà, ma per Leonard Peltier, no, non si puo’.

Oggi. ancora una volta, solo una firma del presidente Usa puo’ farlo uscire di prigione, altrimenti secondo la simpatica legge Usa Peltier potrebbe uscire a 92 anni. A settembre 2014 ne avrà 70. E’ malato di diabete, di prostata, quasi cieco da un occhio. Ha subito torture, non è potuto uscire neppure per i funerali di sua padre e di sua madre.

Che esca, lo hanno detto anche Amnesty Internacional e Human Rights Watch; Robert Redford ha fatto un bellissimo documentario che ricostruisce quella giornata del ’75: “Incidente a Oglala”.

Leonard Peltier ha scritto un libro fantastico, introvabile, ma cercatelo: “La mia danza del sole”, un esempio di lucidità, forza, resistenza.

Da più di 4 mesi un piccolo comitato a Barcellona si ritrova sotto le finestre del consolato USA tutti i giovedì, e insiste, insiste, chiede la sua libertà come quella di Mumia Abu-Jamal “cugino” di Leonard Peltier, da 32 anni in carcere con accuse simili e “costruzioni” parallele, e di tutti i prigionieri politici nelle carceri statunitensi..

Per saperne di più consultate l’ottimo sito in italiano

se conoscete l’inglese il più completo: http://www.leonardpeltier.info/

per saperne di più sulle iniziative a Barcelona

Ma due cose potete fare fin da subito:

1) firmare queste due petizioni (pur con tutti i loro limiti…) http://www.leonardpeltier.info/petition
https://secure.avaaz.org/en/petition/Freedom_for_Leonard_Peltier_Grant_Clemency_Now/

2) ma soprattutto far girare questa notizia, questo nome, questa storia: solo il silenzio permette che permanga una ingiustizia impressionante compiuta da quei paladini di democrazia e giustizia che vanno ad esportarla in tutto il mondo.

Coraggio, in the spirit of crazy horse, nello spirito di “cavallo pazzo”

Andrea De Lotto

Contropiano.org

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